Antony & The Johnsons - The Crying Light

Terza prova firmata Antony and the Johnsons. Resta qualche perplessità d’insieme ma non mancano perle di straordinaria intensità

Antony & The Johnsons - The Crying Light

"The crying light"
(Secretely Canadian)
Voto: 7
2009  
  

 

 

 

 

 

 

Antony è una specie di ossimoro in carne e ossa.
Nonostante il viso pacioccone, a vederlo sembra un ex giocatore di football americano dopo cinque anni di stravizi.
Le sue canzoni sono invece creature fragili e garbate, al contempo sincere e sofisticate, cantate sempre con tono accorato e con quella passione che basta ad elevarlo decisamente sopra la folta schiera dei mestieranti.

 

Dedicato al ballerino giapponese Kazuo Ohno (raffigurato in copertina in una delle sue pose tra De Sade e Marcel Marceau),  “The Crying Light” è il terzo disco a firma Antony and The Johnsons in ben nove anni di attività, forse il migliore, certamente il più maturo e consapevole.
Pronti via e con “Her eyes are underneath the ground” si percepisce subito una doppia inversione di tendenza rispetto al passato: laddove nei primi due dischi – “Antony and the Johnsons” e “I’m a bird now” – l’esuberanza strumentale si traduceva spesso in arrangiamenti sfarzosi e talvolta al limite del kitsch, in “The Crying Light” gli strumenti, il pianoforte su tutti, sono l’ornamento essenziale all’ugola superba di Antony (un Brian Ferry con i cromosomi da baritono), una voce ormai protagonista assoluta delle canzoni, ancor più di quanto non accadesse in passato; i testi, invece, si riscattano da quell’intimismo sfrenato e inconsolabile di cui grondavano le liriche dei due dischi precedenti, e si aprono alla contemplazione – una contemplazione intrisa di meraviglia - della vita e della Natura in tutti i suoi colori, i suoni e le armonie di cui sono capaci “il mare, la neve, gli alberi, il sole e gli animali”.

 

Ci sono alcune canzoni che forse da sole varrebbero il canonico prezzo d’acquisto, e sono “One Dove”, ballata eterea e fragilissima, “Aeon”, caustica dichiarazione d’amore in forma di gospel elettrico, e la già citata “Her eyes are underneath the ground”, un madrigale struggente e romantico caldamente sconsigliato ai cuori infranti.
Ecco, queste non sono canzoni alla portata di tutti, anzi.
Sono il parto esclusivo di un talento smisurato.

 

Mi capita però di chiedermi, esattamente come accadeva in passato, come mai questo talento si esprima soltanto a sprazzi, come se Antony fosse una sorta di genio intermittente, perchè al fianco di brani clamorosi come quelli citati, si trovano episodi dimenticabili che impediscono ancora una volta di gridare al capolavoro.
Certo è che se gli amanti delle compilation ne facessero una con le canzoni migliori dei suoi tre dischi, il risultato sarebbe un disco da sogno.

 

Sito Ufficiale
Myspace

 

Marco Florio



07-01-2009

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