Recensione Live: American Music Club

Serata da brivido con il quintetto capitanato da Mark Eitzel che ha dato prova ancora di efficacia ed emozione con un set degno dei più grandi nomi

Recensione Live: American Music Club

American Music Club live
11 ottobre 2008
Int Club
Roma
Voto: 8

 

 

E’ ancora una delle calde serate romane, la famosa “ottobrata” storica della nostra città.

Ma a parte pensieri metereologici, il sabato capitolino è di elevata temperatura anche per l’enorme quantità di importanti live che si svolgono contemporaneamente nei diversi club ed anche in Piazza San Giovanni con la festa di MTV che ha messo nello stesso cartellone i Cure con gli Zero Assoluto (???!!???).

 

All’Init invece si celebra la presenza di un’importante formazione dell’indie rock statunitense più malinconico e che cammina a braccetto con il folk ed echi blues, quegli American Music Club capitanati da Mark Eitzel già dai primi anni ’80.

La poesia della band ha acompagnato una nutrita schiera di ascoltatori per molti anni con periodi in cui ha avuto più visibilità e celebrazione ed altri in cui il tutto è rimasto più nascosto, perle per chi da affezionato fan non ha mai voluto perdere le tracce di questo prezioso tassello della musica a stelle e strisce con la M maiuscola.

 

La sala del locale è mediamente gremita ed il pubblico presente dapprima assiste al bel set chitarra e voce di Steve Didelot (più tardi seduto dietro alla batteria con i protagonisti della serata), venticinque minuti di cantautorato molto espressivo nell’interpretazione che ha ricordato un sensibile connubio tra Jeff Buckley e Kurt Cobain, ovviamente con le debite distanze dai due miti in termini di qualità.

Questa onesta esibizione si è arricchita nei due pezzi finali anche della presenza dello stesso Eitzel alla batteria, uno scherzoso gioco anche perché ai tamburi il grande artista è del tutto negato, con consapevolezza.

 

Dopo una breve attesa, ecco salire gli American Music Club con due chitarre tra cui lo storico Vudi, una bassista ed il già citato Steve Didelot dietro le pelli.

Mark Eitzel, vestito di scuro ma con cappellino bianco verde da baseball in testa, si presenta sul palco senza alcun strumento se non la sua splendida voce che sin dalla prima canzone fa subito intuire che qui si è su altri ed elevati livelli.

Il suo canto è come le storie che racconta così piene di nostalgia e dalle emozioni dolci-amare, la potenza che si confonde nella timidezza e viceversa, insomma un qualcosa che scuote fortmente l’anima di ognuno con tanti brividi come ormai difficilmente capita di vivere con tante attuali formazioni dall’indirizzo simile.

 

La band dipinge perfettamente note delicate in cui toccanti accordi ed arpeggi delle sei corde trovano essenziale quanto efficace supporto nella sezione ritmica, creando così atmosfere delicate e con imponenti crescendo che talvolta sono prevalenti nella strofa mentre il ritornello è più melodico e liberatorio dalla tensione, ma avviene anche il contrario con ruoli invertiti.

 

I brani presentati nel set viaggiano attraverso la lunga discografia della formazione: “What Godzilla said to god”, “If i had a hammer”, “Apology for an accident (da “Mercury”), “Fearless” (da “California”), “All my love”, “The sleeping beauty” (da “Golden age”), “Animal pen” (da “United Kingdom”), tanto per citare qualche titolo.

 

Una notte come questa non si scorda facilmente e se l’attesa per vederli nella città eterna ha richiesto tanto tempo, tutto questo è stato ripagato e molto probabilmente più di una persona presente ha versato qualche commossa lacrima.

 

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